
del 04 maggio 2001
Tra la cava di Savogna e il valico di seconda categoria di Devetachi i passeur hanno segnato di bianco gli alberi per delimitare un percorso segreto tra Slovenia e Italia
Nel bosco come Pollicino, così passano i cinesi
Cavità naturali diventano facili rifugi se arrivano le forze dell’ordine. La fuga è poi lungo il Vallone
Quando si dice l’inventiva!
Peccato sia posta al servizio delle organizzazioni criminali... È l’ultima
strategia che i trafficanti di uomini hanno adottato per rendere più efficiente
il passaggio dalla Slovenia: tramutare i clandestini in moderni Pollicino.
Gli
interessi economici, d’altronde, sono troppo alti per fermarsi dinanzi a
qualche pattuglia in più. Ecco l’idea di rubare a Charles Perrault l’avventura
di Pollicino, in una moderna rielaborazione. Il figlio del taglialegna
abbandonato nel bosco assieme a suoi sei fratelli trovava la strada per casa
grazie ai sassolini bianchi lasciati cadere a terra e che brillavano al chiarore
della luna? Ebbene, i clandestini oggi superano il confine seguendo i segnali
bianchi dipinti sugli alberi o i sacchetti di plastica, sempre rigorosamente
bianchi, legati ai rami. Lungo i viottoli più battuti da cacciatori o forze
dell’ordine, invece, la strada è segnata dal susseguirsi di foglietti bianchi
e scontrini: a un occhio distratto possono apparire come il semplice risultato
di un atto di gitanti incivili, ma il loro particolare posizionamento - sono ben
allineati al centro del camminamento - tradisce il particolare metodo adottato
dai passeur.
La strada
dei clandestini-Pollicino è a dieci chilometri dal centro di Gorizia, in
territorio di Savogna d’Isonzo, tra una cava e il valico di seconda categoria
di Devetachi. Lasciando la statale del Vallone, a sinistra si distende una
strada bianca un tempo (ma ancora oggi, anche se a ritmi diversi) pista
privilegiata per il traffico illegale di auto di grossa cilindrata rubate. Dopo
poche centinaia di metri la boscaglia è talmente fitta da nascondere la
presenza di auto e persone agli occhi degli investigatori che percorrono la
statale, ma anche agli eventuali pattugliamenti aerei effettuati dagli
elicotteri di polizia e carabinieri.
Il metodo-Pollicino è nato per ovviare agli appostamenti delle forze dell’ordine che, seppur impegnate nel controllo del territorio, non possono essere sempre e comunque presenti lungo i 56 chilometri del confine isontino. Così, all’improvviso, ecco i primi alberi segnati di bianco. Il sentiero si inerpica sulla collina. Il percorso a tratti è ripido e non molto agevole, ma è anche costellato da cavità naturali che, in caso d’«emergenza», si tramutano facilmente in rifugi. Dopo circa mezz’ora (ma a passo svelto i tempi si riducono) e seguendo fedelmente gli alberi segnati di bianco, si sbuca a pochi metri dal valico confinario sloveno il cui presidio, come quello italiano, cessa all’imbrunire. Ovviamente gli immigrati illegali percorrono il tragitto in senso inverso, dalla Slovenia verso l’Italia, lungo quel «confine invisibile» che in questa boscaglia appare nella sua disarmante realtà.
Una comoda strada asfaltata in territorio sloveno permette ai passeur di accompagnare i clandestini in auto fino al limite territoriale, farli scendere dai mezzi (una radura in vetta è segnata dal via vai di quattro ruote) e indirizzarli verso il percorso segnato. Il passeur, così «pulito», potrà quindi scendere verso Nova Gorica, attraversare normalmente il valico di Casa Rossa, dirigersi a Devetachi e caricare nuovamente i clandestini per poi proseguire verso la meta preposta.
Un metodo che consente un minimo margine di rischio e che viene privilegiato dai passeur specializzati nel trasporto di cittadini cinesi. Il più delle volte il «traghettamento» procede senza intoppi. In alcuni casi i passeur, una volta rientrati lungo il Vallone, si imbattono nelle forze dell’ordine. Recenti indagini contro il traffico di cinesi svolte dalla Guardia di finanza e dalla polizia di Gorizia hanno preso le mosse proprio dal rintraccio di passeur in questa zona. Ma, come in una partita a scacchi, a nuova mossa si replica con nuova strategia. E l’ultima prende spunto addirittura da una fiaba scritta nella Francia del Seicento.
Roberta Missio